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Minerva Web
Rivista online della Biblioteca "Giovanni Spadolini"
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 32 (Nuova Serie), aprile 2016

Speciale: Il libro e la lettura. I seminari della Biblioteca

"Il libro e il mercato editoriale", intervento di Giovanni Solimine

Abstract

Per risolvere il problema del calo della lettura, dovuto, più che alla crisi economica, agli effetti pervasivi del digitale, che riempie anche i momenti liberi della giornata, prima dedicati a leggere, e per dare un senso innovativo alle operazioni di concentrazione editoriale, l'autore suggerisce di sfruttare appieno le potenzialità offerte dalla tecnologia. Non il libro elettronico, che cerca di mimetizzarsi da libro di carta, ma il libro 'dinamico', arricchito di contenuti multimediali (tabelle, infografiche animate, dati aggiornabili periodicamente); potrebbe essere il futuro dei testi scolastici, della saggistica e manualistica, delle guide turistiche, della stessa narrativa. L'autore conclude salutando con favore la proposta di legge C1504, volta a promuovere il libro e la lettura e cioè la costruzione di una generazione di cittadini adulti e consapevoli.

fotoNel nostro "Speciale" del 2016, dedicato ai seminari che, iniziati lo scorso anno, vanno svolgendosi in Biblioteca per impulso del Sen. Zavoli, Presidente della Commissione per la Biblioteca e l'Archivio Storico, sul tema del libro e della lettura, dopo aver ospitato l'intervento svolto da Peppino Ortoleva al seminario sul libro digitale, riportiamo nel numero presente l'intervento introduttivo di Giovanni Solimine alla sessione del 23 ottobre 2015, intitolata a "Il libro e il mercato editoriale: nuove forme e nuove strategie".

Dopo aver insegnato presso le università della Tuscia, della Calabria, di Udine e di Urbino, attualmente è professore ordinario di "Biblioteconomia" e di "Culture del libro, dell'editoria e della lettura" alla Sapienza di Roma, ateneo presso il quale ricopre diversi altri incarichi. Collaboratore di varie riviste di biblioteconomia, partecipa a convegni in Italia e all'estero. È autore, tra gli altri, del volume Senza sapere. Il costo dell'ignoranza, Laterza 2014.

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«L'intervento del Presidente Grasso facilita molto il mio compito, perché egli ha già delineato nel dettaglio lo sfondo sul quale si collocano le questioni di cui parleremo questa mattina. Innanzitutto, qual è la dimensione del fenomeno-libro nel nostro Paese: la lettura sta calando, come ricordava il Presidente. Sicuramente questo è un dato preoccupante, però dobbiamo analizzare i dati sul lungo periodo e ricordare che il nostro Paese viene da una situazione di enorme difficoltà: abbiamo un tasso di scolarità molto basso e un numero di laureati che è grosso modo pari alla metà di quello dei Paesi OCSE e dei Paesi europei. Basta consultare le statistiche degli ultimi cinquant'anni e vedere che nella seconda metà del '900 abbiamo fatto enormi passi in avanti, partendo da un tasso di lettura veramente infimo: nel 1965, infatti, soltanto il 16% degli italiani leggeva un libro all'anno.

Sicuramente la contrazione successiva al 2010 e in particolare il dato dell'ultimo anno, che supera di poco il 41%, giustificano una forte preoccupazione. Però credo che sbaglieremmo se interpretassimo questo dato soltanto come dovuto alla crisi economica, alla situazione contingente.

A mio avviso, questo andamento è legato a una trasformazione profonda nei comportamenti delle persone, in particolare tra le giovani generazioni. Mi riferisco, ovviamente, agli effetti pervasivi del digitale e non solo alla eventuale sostituzione del libro elettronico al libro cartaceo. Anzi, questo non sarebbe un problema, sia perché si tratta pur sempre di libri, sia perché gli ultimi dati a livello internazionale ci dicono che quella che sembrava una irresistibile ascesa degli e-book in effetti sta frenando: probabilmente un effetto legato alla novità si è andato perdendo. A questo proposito, va detto che esistono nuove forme di lettura, che sfuggono probabilmente a qualsiasi rilevazione. Fino a quando la lettura era prevalentemente una lettura di libri e di giornali, veicolati attraverso i consueti canali commerciali, era abbastanza facile raccogliere ed elaborare dati: bastava verificare i dati sulle vendite oppure chiedere alle persone quanti libri avevano letto o quante volte a settimana leggevano un quotidiano. Adesso il quadro è molto più difficile da comporre.

Se debbo manifestare una preoccupazione, lo faccio in riferimento agli effetti prodotti dalla connessione in mobilità e della possibilità di essere costantemente online: una opportunità che, naturalmente, ha tanti aspetti positivi, ma che sta anche riempiendo tutti gli spazi vuoti della nostra giornata, occupando quindi anche quelle ore in cui non eravamo né a casa né al lavoro e che a volte dedicavamo alla lettura. Ma so che un altro appuntamento di questo ciclo di incontri sarà dedicato al digitale e mi fermo qui. Ricordo solo che sono ormai molto numerose le occasioni in cui pratichiamo una sorta di "lettura/non lettura", in cui i nostri occhi cadono sulla parola scritta e scorriamo un testo con lo sguardo, anche se non ci concentriamo nell'attività di lettura.

Proseguendo nella elencazione delle situazioni di difficoltà, bisogna spendere una parola per le criticità relative al mondo delle biblioteche. Questi istituti hanno vissuto negli ultimi anni un depauperamento impressionante: riduzione di personale, in assenza di turnover, e conseguente riduzione degli orari di apertura; tagli alle dotazioni finanziarie, da cui deriva una ridotta capacità di offrire servizi. Preoccupano in particolare le difficoltà che attraversano le biblioteche comunali, che spesso sono l'unico presidio della lettura; esistono tanti comuni piccoli, ma a volte anche cittadine di media dimensione e addirittura capoluoghi dell'Italia meridionale, dove in molti casi non è presente una libreria capace di rappresentare l'offerta editoriale e quindi di fornire uno stimolo alla lettura. C'è però un dato incoraggiante: la legge di stabilità per il 2016 che sta per approdare in Parlamento in questi giorni prevede, per quanto riguarda le biblioteche statali che fanno capo al Ministero dei Beni Culturali, un incremento di risorse considerevole. Faccio un esempio soltanto: lo stanziamento per la Biblioteca Nazionale di Roma passerebbe da un milione e mezzo a cinque milioni l'anno. Auguriamoci che, a cascata, ci siano buone notizie anche per i trasferimenti alle Regioni e agli Enti locali e che quindi si possa avere un'inversione di tendenza anche per i bilanci delle biblioteche comunali. Così come speriamo che si trovi una soluzione per le biblioteche provinciali che rischiano di chiudere a seguito dei recenti provvedimenti di riforma.

Tornando al tema del libro e dell'editoria, non si può non riprendere alcune questioni dibattute in questi ultimi mesi e settimane a proposito dell'operazione Mondadori-Rizzoli. Al di là della vicenda in sé, su cui forse Gian Arturo Ferrari vorrà dirci qualcosa, mi sembra utile riflettere sulle dimensioni delle case editrici e dei gruppi editoriali e sul senso che si può dare al concetto di "editore indipendente", anche per vedere come tutto questo impatta sulle strategie del mercato editoriale di cui oggi dobbiamo discutere.

Vediamo per prima cosa le cifre del fenomeno. Secondo l'ISTAT in Italia esisterebbero 1.658 case editrici (dati 2013), di cui 205 (il 12,4%) etichettate come grandi, 484 (il 29,2%) come medie, e 969 (il 58,4%) come piccole. Se non ci limitiamo a contare le sigle editoriali ma vediamo i titoli prodotti e le tirature, constatiamo che i grandi editori ‒ che, come ho appena detto, sono poco più di un decimo del totale ‒ producono il 76,2% dei titoli e l'89,7% delle copie stampate. Nel settore che ha maggiore impatto commerciale, quello della narrativa contemporanea, i grandi editori tirano il 95,7% delle copie, praticamente la quasi totalità.

I dati diffusi dall'AIE qualche giorno fa, in occasione dell'apertura della Fiera di Francoforte, ci dicono che stanno crescendo i piccoli editori. E siccome gli incrementi riguardano essenzialmente i titoli prodotti su supporto elettronico, mentre diminuiscono le edizioni su carta, sembrerebbe che ci sia una vitalità, qualche segnale di innovazione, nuovi progetti editoriali all'insegna di un mix tra carta, digitale e servizi.

Continuano a calare i prezzi (-6,4% per i libri di carta e -6,1% per gli ebook), fenomeno iniziato nel 2011, per effetto di politiche di razionalizzazione e di contenimento dei costi, ma anche come operazione di marketing, per cercare di non perdere quelle fasce di pubblico (penso ai giovani e agli insegnanti, per esempio) per le quali la disponibilità di danaro da destinare all'acquisto dei libri è diminuita. Ma, ovviamente, ciò comporta una riduzione dei margini per tutti, editori e librai, ma anche autori.

Dal segmento dell'editoria per ragazzi vengono ancora una volta i segnali più confortanti (+5,9% di titoli prodotti e +5,7% di crescita della quota di mercato). Su questo fenomeno bisognerebbe indagare di più, perché alcuni dati sembrano contraddittori: cala la lettura fra i ragazzi ma aumenta la produzione che si rivolge a questo segmento di pubblico.

Sappiamo bene come le quote di mercato siano diversamente distribuite fra i diversi soggetti. È in questo quadro che si colloca l'operazione di acquisizione di Rizzoli da parte di Mondadori. Su questo non mi dilungo: faccio notare soltanto che c'è stata una certa preoccupazione dovuta al fatto che il risultato sarebbe di avere il primo grande gruppo editoriale che pesa quasi quattro volte più del secondo.

In base ai dati 2014 Mondadori avrebbe il 25,6% (che ora passa al 37,7% aggiungendovi il 12,1% di Rizzoli, sempre che il risultato di questa operazione si concretizzi in una somma aritmetica delle quote di mercato dei due gruppi), GEMS il 10,2%, Giunti il 6,1%, Feltrinelli il 4,6%, De Agostini il 2,3%. Tutti gli altri si dividono il rimanente 38,5% del mercato. Se i rapporti di forza tra i diversi soggetti saranno così squilibrati, tutto questo cosa provocherà? Non mi riferisco alle eventuali distorsioni che ciò può comportare, perché di questo si occuperà l'antitrust e non credo di potere e di dovere dire altro, ma vorrei capire se a questo punto non si renda necessario o utile un effetto domino, e quindi operazioni di acquisizioni o accorpamenti anche tra gli editori medio-grandi per poter sopravvivere in un mercato con un assetto di questo tipo.

Ma, al di là di questi dati quantitativi, mi chiedo se la differenza tra grandi e piccoli sia solo nel numero di titoli pubblicati e nelle quote di mercato o non incida anche sulle strategie editoriali, sulla scelta di cosa pubblicare e sul modo di posizionarsi rispetto al pubblico. Alcuni di questi fenomeni sono noti: come, ad esempio, l'attività di scouting che fanno i piccoli editori, scoprendo giovani autori, aiutandoli ad emergere, ma rischiando anche, nella consapevolezza che poi il secondo o terzo libro dello scrittore che ha avuto successo e si è cominciato ad affermare uscirà certamente con un editore che potrà garantire distribuzione, tiratura, promozione e vendite di ben altro livello. E mi chiedo anche in cosa consista la differenza se applichiamo la categoria dell'indipendenza: penso, ad esempio, a Einaudi. Questo marchio è oggi più o meno indipendente di quanto non lo fosse in passato? Mi piacerebbe sentire se e in che modo un marchio editoriale possa mantenere la sua identità (questo termine, identità, può essere un sinonimo di indipendenza?) pur essendo all'interno di un grande gruppo. Esistono poi altri editori, Laterza e Sellerio ad esempio, ai cui vertici abbiamo ancora esponenti della famiglia che ha fondato l'azienda. Ma anche Giunti e Feltrinelli, che occupano quote di mercato considerevoli, fanno capo alle famiglie che danno il nome alla casa editrice. Sempre riguardo all'assetto proprietario, la differenza più rilevante è forse tra editori "puri" (uso questo termine non come se fosse un giudizio morale, ma riferendomi a chi opera soltanto nell'editoria) rispetto a case editrici controllate da gruppi industriali e finanziari che hanno i loro interessi prevalenti altrove. Quanto pesa tutto questo, se un peso ce l'ha, sull'indipendenza delle scelte nella produzione libraria?

Un'ultima questione ‒ e poi chiudo ‒ che volevo porre alla vostra attenzione è il tema dell'innovazione. Noi, a volte, per semplificare abbiamo identificato l'innovazione unicamente nell'innovazione tecnologica e l'innovazione tecnologica l'abbiamo intesa soltanto come produrre libri digitali piuttosto che libri di carta. Sicuramente questo è un aspetto importante, però forse andrebbe chiesta agli editori un po' più di fantasia o un impegno maggiore nel riflettere su che cosa può significare un uso delle tecnologie digitali nell'innovazione della forma libro.

Mi chiedo anche, rispetto alle trasformazioni tecnologiche in atto e alle difficoltà di questi ultimi anni, testimoniate dal calo dei lettori e delle vendite, quanto sia diverso il modo di reagire dei piccoli e dei grandi editori. Mi spiego meglio. Credo che gli editori non stiano sfruttando fino in fondo le potenzialità offerte dai mezzi tecnologici di cui disponiamo per andare alla ricerca di nuovi pubblici. Si pensi al libro elettronico, che ad alcuni sembra uno strumento rivoluzionario e che invece, forse per farsi accettare, cerca di mimetizzarsi e di imitare il più possibile il libro su carta - né più e né meno di quanto accadde a metà del XV secolo con i primi libri a stampa rispetto al libro manoscritto - rinunciando così di fatto a molte delle possibilità di dar vita a un processo realmente e più profondamente innovativo, che includa anche l'elaborazione di nuove forme di organizzazione e presentazione dei contenuti. Non c'è da sorprendersi, però, se prodotti di questo tipo si rivolgano prevalentemente a chi è già lettore di libri cartacei. Mi rendo perfettamente conto del fatto che non è semplice innovare e sperimentare in una fase complicata come questa che stiamo attraversando, e che non è facile reperire le risorse per gli investimenti che sarebbero necessari, però forse è questo il momento in cui bisognerebbe avere il coraggio di osare.

Le tecnologie attualmente disponibili potrebbero essere utilizzate per una radicale innovazione della forma-libro, e da tempo si assiste a sperimentazioni che vanno nella direzione di una contaminazione del testo con contenuti multimediali e dell'inserimento di strumenti che permettano al lettore di interagire col testo. La nascita di libri 'dinamici' o 'a strati' può avvenire in vari modi, a seconda dei generi editoriali.

Saggistica e manualistica sono tipologie di pubblicazioni che maggiormente potrebbero trarre vantaggio dal passaggio dal cartaceo al digitale. La saggistica, in generale, può avvalersi di schemi, tabelle, infografiche animate e altri dati di corredo, che potrebbero essere periodicamente aggiornati. L'arricchimento può avvenire con contenuti la cui lettura sia consigliata ma facoltativa, facilitata però dal fatto di non dover passare da un supporto a un altro. Si arriverebbe così a un'interessante opportunità di personalizzazione del libro. I libri destinati ad adozioni scolastiche e universitarie possono contenere esercizi e altri strumenti di verifica, anche con eventuale autocorrezione, o essere accompagnati da presentazioni e dimostrazioni video di quanto esposto nel testo. Forse il settore editoriale che meglio potrebbe andare in questa direzione è quello dei libri di testo scolastici, dove l'integrazione delle tecnologie potrebbe arricchire le potenzialità didattiche di questi strumenti. Pare, invece, che si stia andando verso un puro e semplice trasferimento dalla forma cartacea a quella elettronica, o, peggio ancora, verso un impoverimento dei contenuti, la cui costruzione potrebbe essere affidata all'iniziativa più o meno spontanea degli insegnanti e delle classi. In alcuni casi, se sommiamo le potenzialità del testo elettronico a quelle derivanti dal fatto di poterlo utilizzare su dispositivi mobili, le innovazioni potrebbero essere davvero enormi. Si pensi a tutti i libri finalizzati a un uso pratico, come le guide turistiche: sono possibili rimandi ai siti di musei, ristoranti, alberghi, ecc., e alla possibilità di effettuare prenotazioni online; sarebbe molto utile anche poter disporre di contenuti integrativi su luoghi, fatti e personaggi citati nella guida. Di grande aiuto, ovviamente, l'uso di mappe e di sistemi di geo-localizzazione. In questo senso, la più affascinante prospettiva, su cui alcuni editori hanno già cominciato a lavorare, è forse quella della cosiddetta "realtà aumentata", vale a dire la percezione che si ottiene sovrapponendo informazioni in formato digitale ai luoghi fisici, come per esempio le immagini che si possono inquadrare nello schermo di uno smartphone o di un tablet. Basterà cliccare su un simbolo che apparirà in sovraimpressione e così potremo leggere o ascoltare la descrizione di un monumento o di un ambiente.

Lo stesso potrebbe avvenire anche in altri settori, rivolti ai ragazzi o agli adulti. Nel campo della fiction, ad esempio, possiamo pensare all'inserimento del sonoro (testo parlato o commento musicale) o di immagini a scopi narrativi e non meramente illustrativi, fino ad arrivare a soluzioni più spinte, che prevedano forme nuove di narrazione. Anche riprendendo lo schema di alcuni videogiochi, nei thriller o nel genere fantasy per ragazzi si possono fornire al lettore indizi e strumenti tali da rendere la sua lettura davvero partecipativa, consentendogli ad esempio di scegliere tra finali diversi. La stessa narrativa per adulti può essere arricchita da contenuti extra, per esempio riferiti all'ambientazione. Altre integrazioni potrebbero essere costituite da un'intervista all'autore, recensioni, e così via, fino a consentire l'integrazione del libro elettronico con risultati di forme di lettura partecipata nella prospettiva del web 2.0.

Ma penso anche a innovazioni nel campo delle proposte commerciali. Ad esempio, l'offerta di lettura in streaming di libri elettronici in alternativa alla vendita o come forma di distribuzione e circolazione complementare alla vendita. Ma è qui presente Giuseppe Laterza che già offre questo servizio e forse meglio di me potrebbe essere lui a parlarne.

Al di là di tutto questo, credo che, per quanto possano essere differenti le strategie e anche gli interessi di tutte le categorie di persone che lavorano nel mondo del libro, sicuramente ci sia una finalità che li accomuna: l'obbiettivo ‒ che non è soltanto un obiettivo di mercato, ma un obiettivo di rilevanza civica ‒ di ampliare il perimetro della comunità dei lettori. Allargare le basi sociali della lettura è l'unica cosa che possa veramente vedere concordi tutti e che possa essere anche una dimensione all'interno della quale poi ciascuno troverà anche il proprio vantaggio economico, il proprio vantaggio di mercato. Grazie».

(II intervento)

«Ho chiuso il mio primo intervento ricordando che l'obiettivo principale è quello di allargare il mercato. Per poterlo allargare bisogna fare alcuni interventi, che sono sostanzialmente le cose di cui parlava Passigli un attimo fa.

C'è in VII Commissione alla Camera una proposta di legge (A.C. 1504), presentata dall'On. Giancarlo Giordano e su cui poi si è realizzata una convergenza pressoché unanime, che prevede sostanzialmente questi interventi, e che sta facendo un suo percorso molto lentamente. Adesso il comitato ristretto ha unificato questa proposta con altre, e l'augurio è che questo provvedimento vada in discussione in Aula alla Camera o, meglio ancora, che possa essere approvato in Commissione. Una legge non può invogliare la gente a leggere, ma può contribuire a creare le condizioni per cui ciò accada.

Cerchiamo di non dimenticare che in Italia i lettori non sono mai stati la maggioranza della popolazione: non è stata mai raggiunta la percentuale del 50%, che in altri Paesi è invece saldamente acquisita e spesso di gran lunga superata (si pensi al 61,4% degli spagnoli, al 70% dei francesi, al 72% degli statunitensi, all'82% dei tedeschi). Scontiamo ancora difficoltà che vengono da lontano. Siamo partiti al momento dell'Unità d'Italia con un 75% di analfabeti, poi siamo cresciuti, ma quando il mercato doveva ancora espandersi sono subentrate alcune novità.

Certamente, in questi ultimi anni, pesano i contraccolpi della crisi economica, ma ciò spiega solo in parte ciò che sta accadendo. E non possiamo neppure dare tutte le colpe alla invasività dell'offerta tecnologica, ai cui apporti assolutamente non possiamo e non vogliamo rinunciare.

Una campagna di promozione della lettura che voglia agire davvero con efficacia dovrebbe essere capace di intercettare i cambiamenti degli stili di vita e restituire valore alla lettura e valore al libro, sottolineando e valorizzando la funzione che il libro ha in quanto testo argomentativo, che insegna ad affrontare sistematicamente una questione e ad approfondirla, a formarsi un'opinione documentata e consapevole. Non parlo soltanto del libro di saggistica: un discorso analogo si può fare anche per la narrativa, per il modo in cui si descrivono in tutte le loro sfumature le sensazioni, i sentimenti, gli avvenimenti, e i contesti in cui tutto ciò si muove.

Da questo punto di vista il libro è diverso rispetto ad altre tipologie di testi più frammentati che la rete di solito ci propone. Ecco, questo è a mio avviso il compito di una campagna di promozione, ma è anche il compito primario della scuola, perché bisognerebbe capire che in questo modo si favorisce lo sviluppo delle capacità critiche, che poi sono quelle che servono alle persone per orientarsi e vivere da cittadini pienamente inclusi nella società che li circonda. La consuetudine con i libri aiuta il formarsi di competenze linguistiche ed espressive, di capacità di analisi e comprensione. Anche il problem solving se ne avvantaggerebbe. In questo senso, quindi, una campagna di promozione alla lettura è anche una campagna di educazione civile, di crescita individuale e collettiva.

In questo modo ritengo che vada visto anche il tema dell'identità di cui abbiamo tanto parlato questa mattina. La riconoscibilità di un'offerta editoriale, la bibliodiversità e il pluralismo delle idee, di cui pure si è discusso, possono essere di stimolo per provare ad allargare la base dei lettori, per provare a fare emergere nuovi lettori, per costruire una generazione di cittadini adulti e consapevoli, che è ciò che effettivamente serve al nostro Paese.

Credo quindi che le questioni del mercato e le questioni di carattere più squisitamente culturale e politico siano profondamente connesse».

[N.d.R.: Trascrizione dell'intervento introduttivo tenuto dal professor Solimine in occasione del seminario "Il libro digitale", tenutosi in Sala Atti Parlamentari il 22 gennaio 2016, rivisto dall'autore. L'intervento sarà pubblicato negli atti del convegno, attualmente in preparazione].

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